di Fabio Gibellino, direttore La Gola
A John Dos Passos, che Jean-Paul Sartre definì “il più grande scrittore del nostro tempo” e che con il suo 42° parallelo ha colpevolmente macellato le mie velleità artistiche, riconosco il merito di avermi fatto vincere i preconcetti su Francis Scott Fitzgerald.
Prima di allora Il grande Gatsby non mi aveva mai attirato. Soprattutto dopo aver preso la scorciatoia cinematografica con il film del 1974, sì interpretato da Robert Redford e Mia Farrow, ma che non mi era piaciuto.

Gli altri, quelli del 1926 e del 1949, non li avevo visti. Quello successivo, diretto da Baz Luhrmann nel 2013 con Leonardo Di Caprio, Tobey Maguire e Carey Mulligan, invece era ancora in divenire. Poi, sul finire degli anni novanta e con poche righe, Dos Passos cambia tutto. Lo fa con il suo libro di memorie Tempi migliori, dove Fitzgerald è descritto come una persona a cui: “Non interessava la natura, non aveva gusto per il cibo, né per i vini, né per la pittura, poco orecchio per la musica, eccetto che per i canti popolari più elementari; ma, per quanto riguardava la letteratura, era un professionista nato. Tutto ciò che diceva andava ascoltato”. (Sugarco Edizioni, collana Tasco, traduzione di Lina Angioletti, 1966)
Ora, chi vi scrive, in gioventù viveva in prima persona molti dei romanzi che leggeva
Ricordo che quando lessi On the road, oltre al libro, comprai anche una cartina degli Stati Uniti piuttosto grande e l’appesi al muro. Tracciai tutto il viaggio di Dean Moriarty e Sal Paradise con un pennarello segnando addirittura le note laddove c’era qualcosa da ricordare. Non solo. Se uno scrittore ne citava un altro, andavo a leggermi anche l’altro. È così che arrivai al Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline; grazie a Pulp, l’ultimo romanzo di Charles Bukowski uscito pochi mesi dopo la sua morte. Allo stesso modo sono arrivato questa storia. Riprendiamola.
Dos Passos e Fitzgerald erano molto amici. Si erano conosciuti a Parigi negli anni ’20, durante il loro periodo di esilio letterario. Dos Passos aveva appena finito il servizio presso la Croce Rossa Italiana durante la Prima guerra mondiale insieme a un altro giovane, Ernest Hemingway. Nella Ville Lumière incontrò uno svogliato Scott e lo spinse verso una scrittura più vera. Mai insistenza fu più opportuna. Fu l’inizio di una sorta di sodalizio che, nonostante le enormi differenze ideologiche e stilistiche, animò la letteratura americana di quegli anni. Bene. Ora vi chiederete cosa c’entra tutto questo. Molto. Perché se lo scrittore più innovativo ma anche più riservato della Generazione perduta, Dos Passos, era fonte d’ammirazione per il più mondano e famoso scrittore del periodo, Fitzgerald, ecco che a dover essere ascoltato doveva era lui.
Purtroppo, da parte mia e per assurdo, questo ha comportato il suo abbandono. Era tempo di lasciare lo sperimentalismo e l’oggettività sociale per abbracciare la lirica del sogno americano. Così, tra coppe di champagne e Gin Rickey, sempre consumati nei romanzi di Fitzgerald, lusso e ricchezza erano precettori di drammi e ossessioni. In quelle pagine tutto corre veloce, i tempi d’altronde sono quelli degli Anni ruggenti. Solo che a un certo punto la natura si rallenta e ti rallenta. Prende una velocità diversa. Quella della maturità. Soprattutto nei romanzi come Tenera è la notte.

È allora che l’Old Fashioned fa la sua comparsa, tratteggiato come simbolo di una nostalgia che invoca un ritorno alla semplicità dove il gin, giovane e veloce, cede il passo al bourbon: porto sicuro per il fallimento del sogno americano. E allora perché no, perché non provarlo?










