Dall’Etna alla Patagonia: sei Pinot Nero a Slow Wine Fair 

Una masterclass Triple A per raccontare il vitigno attraverso sei interpretazioni da tre continenti

La Slow Wine Fair è tornata a Bologna con oltre 1.400 espositori, in contemporanea con SANA Food, le due manifestazioni organizzate da Bologna Fiere dedicate rispettivamente al vino e all’alimentazione biologica. Tra le decine di masterclass in programma, una in particolare ha offerto uno spunto di riflessione che va oltre il semplice assaggio: la degustazione di sei Pinot Nero dal catalogo Triple A di Velier, condotta da Federica Randazzo, vicedirettrice della Guida Slow Wine, e Alberto Farinasso di Triple A/Velier.

La premessa, ribadita in apertura di masterclass, è una di quelle che si tende a dimenticare: il vino è prima di tutto un alimento. Nel vocabolario di Slow Wine, accanto al consolidato buono, pulito e giusto, si sono fatti largo altri concetti: il vino dev’essere vero, vivo e libero. Libero soprattutto da soluzioni enologiche troppo controllanti, da quei protocolli che finiscono per togliere al vino la libertà di esprimersi.

Le Triple A e la scelta del Pinot Nero

Le Triple A – Agricoltori, Artigiani, Artisti – selezionano vignaioli su un principio non negoziabile: la vera espressione del vino si ottiene solo attraverso fermentazione spontanea, attivata dai lieviti indigeni autoctoni dell’uva. L’’agricoltura è alla base di tutto e questi sono  «vignaioli che fanno quello che dicono e dicono quello che fanno».

La scelta del Pinot Nero come filo conduttore della masterclass non è casuale, è un vitigno che non perdona le forzature e che, affidato a mani che non lo costringono, sa raccontarsi con una purezza senza pari. La chiave di lettura proposta è quella di uomini e territori: sei bicchieri, dall’Europa al Nuovo Mondo, per capire come lo stesso vitigno parli lingue completamente diverse.

La Masterclass

Calabretta, Pinot Nero 2020 Terre Siciliane IGT

Si parte dalla Sicilia, dove il Pinot Nero non è di casa. Sull’isola non ha storia e le sue migliori espressioni si trovano altrove, in Borgogna e in Champagne. Massimiliano Calabretta, quarta generazione di vignerons sull’Etna insieme al padre Massimo – lui che è anche professore part-time all’Università di Genova –, ha voluto raccogliere la sfida di confrontarsi con chi ha scritto la storia enologica di questo vitigno nel mondo. La cantina, nata nei primi del Novecento sul versante nord del vulcano e da sempre improntata verso sistemi di agricoltura e vinificazione naturali, opera oggi secondo i principi della biodinamica. Fuori dalla zona DOC dell’Etna, Calabretta ha impiantato cloni delle migliori espressioni del Pinot Nero su una vigna piccola, 5-6.000 metri quadri, con suoli di cenere vulcanica e sabbia, rocce laviche e buon drenaggio. Sono viti ancora giovani, con meno di dieci anni alle spalle, eppure il vino ha già preso una sua strada.

Vendemmia manuale, diraspatura, pigiatura soffice, cinque giorni di macerazione sulle bucce e fermentazione spontanea in acciaio con lieviti indigeni, poi affinamento in barriques. Al naso è già nel terziario, con note di carruba e cacao. Al palato si presenta croccante, piacevole; il frutto c’è senza dominare, più un’infusione di erbe e spezie che un Pinot muscolare. Meno potenza di quanto ci si aspetterebbe dal sole siciliano: un vino che non cerca di imitare la Borgogna, ma è trovato un accento suo, mediterraneo.

Massa Vecchia, Pinot Nero Aiavecchia 2022, Maremma, Toscana

Dalla Maremma arriva forse il vino più radicale della selezione. Fabrizio Niccolaini e Patrizia Bartolaini, già produttori con l’azienda Massa Vecchia, hanno impiantato mezzo ettaro di Pinot Nero a Massa Marittima. Questo vino non ha mai visto legno: vinificato in cemento, zero solforosa aggiunta, affinamento in anfore di vetro – un contenitore neutro che ospita il vino senza cedergli niente, a differenza del legno che lascia sempre qualcosa di sé. L’annata 2022 si presenta integra, pura. Una rarità dalla tiratura limitatissima, un Pinot Nero nel senso più letterale del termine, libero, che dimostra come si possa rinunciare a qualsiasi intervento senza perdere nulla in struttura.

Claus Preisinger Pinot Noir 2022, Burgenland, Austria

Ci si sposta a Gols, sul Lago di Neusiedl, con il giovane vignaiolo Claus Preisinger. La vigna è la più vecchia dell’azienda, su un plateau calcareo e ciottoloso, e produce appena 2.000 bottiglie. Il vino si presenta più velato alla vista, risultato di una macerazione a frutto intero in botti di legno aperte da 500 litri con fermentazione spontanea, seguita dall’affinamento in botti usate. Al palato colpisce un bel nervo acido che sostiene e spinge la bevuta; il profilo è divertente, speziato, con una nota di peonia che aggiunge una sfumatura floreale inattesa. Un Pinot che non si prende troppo sul serio e che proprio per questo finisce per essere quello che rivuoi nel bicchiere.

Bodega Chacra, Pinot Noir 55 2022 in magnum, Patagonia, Argentina

Dalla Mitteleuropa alla Patagonia. Nel 2004 Piero Incisa della Rocchetta, della famiglia che ha creato Sassicaia, ha fondato Bodega Chacra nella valle del Río Negro, a metà strada tra le Ande e l’Oceano Atlantico, riprendendo in mano un vecchio vigneto di Pinot Nero piantato nel 1955 – da cui il nome “55”. L’azienda lavora in regime biodinamico certificato. Il territorio sembra disegnato per questo vitigno: clima estremamente secco, umidità massima al trenta per cento, vento costante, una luce che non manca mai e che permette di portare a perfetta maturazione l’uva. Il sottosuolo, ricco di sali minerali, e le terre bianche conferiscono al vino una struttura minerale evidente.

Le forti escursioni termiche proteggono le bucce e rendono l’uva ideale per la vinificazione a grappolo intero in cemento; dopo la fermentazione, il 50% del vino prosegue la sosta in cemento e il restante 50% passa in barrique usate, senza chiarifiche né filtrazioni. Nelle vigne vecchie c’è un 5% di Trousseau che aggiunge complessità. Al naso il vino è molto fruttato, aromatico; al palato elegante, dritto, racconta un terroir estremo con naturalezza.

Domaine Ballorin, Marsannay La Combe du Pré 2022, Côte de Nuits, Borgogna

Si arriva in Borgogna dalla porta della Côte de Nuits con Domaine Ballorin. Diraspatura, macerazione e fermentazione spontanea in contenitori di cemento e vetroresina, poi 14 mesi di affinamento sulle fecce fini in pièces usate. Il profilo cambia registro: più vegetale, meno diretto. Quando il vino non si omologa e viene lasciato libero di esprimersi, racconta storie di chi lo fa e del territorio in cui nasce. Questo Marsannay non cerca di piacere subito, chiede tempo e attenzione, e sa ricompensare chi glieli concede. Un vino minerale, austero, con un finale sapido e iodato.

Domaine de la Monette, Mercurey Les Chavances 2023, Côte Chalonnaise, Borgogna

Si chiude sulla parte opposta, nella Côte Chalonnaise, con Domaine de la Monette. La parcella Les Chavances è in posizione privilegiata, subito sotto i Premier Cru Les Veleys: suolo ciottoloso, arrossato dalla presenza di ferro, profondità media, esposizione est/sud-est. Le vigne hanno un’età media di 35 anni, con il 95% di Pinot Nero e un 5% di Chardonnay in co-impianto. Il 2023 porta con sé tutta la gioventù dell’annata: il frutto è croccante, quasi impaziente. L’élevage di 12 mesi in rovere borgognone, di cui il 25% nuovo, seguito da 4 mesi in vasca, lascia al naso una nota di legno ancora percepibile, che però al palato si risolve in profondità e stratificazione. Un vino che ha già la stoffa, e al quale serve solo il tempo.

La Slow Wine Fair, con la sua formula che riunisce vino, cibo e sostenibilità per il canale Horeca, si conferma il contesto naturale per questo tipo di riflessione. Le Triple A di Velier, con la loro coerenza non negoziabile, ne sono forse l’espressione più nitida. Sei Pinot Nero diversissimi tra loro, da tre continenti, tenuti insieme da un unico principio: il vino migliore è quello che non ha bisogno di mentire.

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