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Magorabin

Magorabin: un uomo nero, oggi maturo e compiuto, che propone una cucina stimolante e moderna, a Torino

Marcello Trentini e il Magorabin. Una storia ormai lunga, l’apertura è del 2003, ma che oggi rinasce e rifiorisce con una nuova primavera. Un team giovane e dinamico, sia in cucina che in sala, quest’ultima capitanata dalla dolce Simona Beltrami, compagna nella vita e di questa splendida avventura del Mago, come viene soprannominato lo chef da amici e clienti. Una nuova primavera dicevamo, in cui lo chef rasta piemontese ha raggiunto la sua compiuta maturità. Oggi il Magorabin è un luogo molto interessante per la cucina che esprime, molto tecnica, precisa e divertente, ma anche e sopratutto per la qualità e la gestione della sala, del servizio. Un connubio ottenuto grazie all’organizzazione di un team giovane, preparato e motivato.

Bello vedere volteggiare in sala lo staff, non una sbavatura, non un tentennamento. E a precise domande sui piatti e sul loro contenuto risposte altrettanto precise e circostanziate. Scontato? Nulla è scontato di questi tempi.

E pare che anche in cucina Marcello sia supportato da uno staff preparato e pieno di idee. A questo punto, se mixiamo l’esperienza, il pensiero, la cultura del mentore-chef a questo tripudio di giovane vitalità, ecco arrivare a tavola preparazioni decisamente tecniche, eleganti ed appaganti, ma soprattutto molto ma molto buone.

Nuovo percorso, più fine ed elegante, verso uno stile sempre più personale

Una finezza, unita alla centralità gustativa intensa, che sono ben più evidenti nei piatti di nuovo corso, rispetto agli storici ancora un po’ troppo ricchi e confusionari, seppur resi esili ed intensi dalla rinnovata veste a cui sono stati sottoposti. Il nuovo corso è rappresentato dal piccione, con una fine salsa tandoori; dallo sgombro, in un rincorrersi virtuoso tra acido e dolce e infine dai dolci, tra i migliori e più tecnici mai assaggiati quest’anno. Solo alcuni esempi, peraltro calzanti, di una cucina che ci ha veramente divertito, a tratti emozionato.

Ora il passo decisivo che Marcello deve compiere -e ha tutte le carte in regola per farlo- riguarda una compiuta rivisitazione dei suoi classici, che vanno rivestiti ancor di più con il nuovo stile. Un ulteriore slancio verso lo sdoganamento dei piatti recenti, solcando nuove frontiere e idee più originali, oggi ancora troppo ancorate a ispirazioni, peraltro coerenti, di cucine d’altri blasonati colleghi (pensiamo a piccione e animella, dal romitiano sentore).

Il nome Magorabin è un ricordo dell’infanzia piemontese di Marcello, quando la nonna gli raccontava appunto del Magorabin: uomo nero pronto a portarsi via i bambini cattivi. Bambini cattivi non ce ne sono più, e la svolta del Magorabin è compiuta per sempre, in un percorso che noi immaginiamo radioso e pieno di traguardi, grazie alla capacità di crescere una grande ed efficiente squadra. Gli obiettivi non sono finiti affatto, con una cucina in grado di crescere e progredire ancora.

La galleria fotografica:

La tradizione, un po’ come la mano del “Principe” di Mario Brega, a volte può essere piuma e a volte ferro e, se nel primo caso si può usare per spiccare il volo, nel secondo rischia di mandare a picco anche le più alte aspirazioni. Nel Salento, territorio baciato da un successo turistico e di popolarità che, inizialmente ritenuto un fuoco di paglia, dura ormai da un decennio, giocare con la tradizione è camminare su un terreno minato. Ciò è in primo luogo dovuto al legame fra il successo della regione e aspetti strettamente connessi con il folklore locale (come il successo della Notte della Taranta e della moltitudine di eventi musicali e non ad essa collegati) e, in secondo luogo e al contempo come effetto di quanto sopra, a una certa retorica ormai localmente consolidata che non vede di buon occhio qualunque tentativo di discostarsi dalle solide matrici culturali di questa terra, fino a pochi lustri fa così isolata dal resto dello stivale.

Mantenersi in equilibrio non già fra i frusti concetti di tradizione e innovazione ma, ancor più radicalmente, fra qui e ora, è impresa titanica a Lecce e lo è ancor più in un borgo come Ruffano, aggrappato su una delle poche e basse alture dello spicchio più meridionale del Tacco, ma è ciò che i fratelli Rizzo sono riusciti a realizzare in quel piccolo scrigno che è la Farmacia dei Sani. Valentina, la bimba di casa, tatuaggi esibiti, mani che sembrano trattenere l’energia e sguardo che quasi si scusa per l’inconveniente di essere assai brava ai fornelli, governa da dietro le quinte la cucina che in principio fu di mamma Ada, scomparsa due anni fa. In sala, i fratelli Roberto e Fabio si occupano con premurosa leggerezza di una clientela che, anche se in turno infrasettimanale, troviamo numerosa in una serata d’inverno.

In carta, fra un aperitivo fortemente geolocalizzato, una crema di fave e cicorie e uno gnumareddo che fa capolino fra i secondi, ecco la cacio e pepe con bottarga e alga nori o un prezioso baccalà confit con salsa di pomodori d’inverno scoppiati e salsa pilpil a ritarare la bussola di questa tavola. Niente che possa stravolgere la vita del gourmet ma tanto, tantissimo per un luogo che si presenta come poco più che una trattoria di paese.

Fra qualche ridondanza di note lattiche e un paio di passeggiate in bilico su sapidità ai limiti del lecito, riscontriamo molti più alti che bassi. In un locale che presenta solo la carta, l’abbozzo di menu degustazione richiesto per provare più piatti ha complessivamente retto il colpo e mantenuto alto l’interesse fino al termine, con la sorpresa finale di una mano assai felice in pasticceria. Tu chiamalo, se vuoi, picco glicemico.
Carta dei vini condensata in una pagina con troppo o troppo poco Salento, a seconda dei punti di vista: non esaustiva ma complessivamente monotona, ha però il merito di ricarichi di dolcezza estrema, a far pendant con molte delle etichette in carta e in linea con un rapporto qualità prezzo generale a forte rischio di abbonamento.

L’antipasto salentino: pittula con patata dolce, polpetta di melanzana su ricotta di pecora, caciocavallo podolico in crosta di sesamo (quasi impercettibile) e capocollo di Martina Franca.
antipasto, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
L’eccellente focaccia al rosmarino e il cestino del pane.
focaccia, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
L’ottimo olio Muraglia.
olio, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Cipolla gratinata e crema di parmigiano 36 mesi. Inevitabilmente oldaniana nell’effetto, ha in realtà la sua forza nell’equilibrio fra parte bruciata e parte dolce. Il Parmigiano, va da sé, dona a tale equilibrio una lunghezza gustativa di proporzioni wagneriane.
cipolla, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Baccalà confit salsa di pomodori d’inverno scoppiati e pilpil.
baccalà, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Spaghettoni con colatura di alici limone e pistacchi, con qualche mania di protagonismo della colatura.
spaghettoni, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Mezzemaniche cacio & pepe, bottarga di muggine e alga nori. Qui, sorprendentemente, non si riscontrano i problemi di sapidità del piatto precedente. Ottimo piatto, con sorprendente equilibrio fra iodio e animalità. La scelta del pepe di Sichuan toglie forse un po’ di “kick”.
mezzemaniche, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Ravioli di manzo, scamorza fondente e ristretto. Piatto eccessivamente primario, grossolano nella concezione rispetto al resto delle preparazioni provate.
ravioli, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Ramen di spaghettini con verdure selvatiche e costina di maiale. Divertente interpretazione salentina di uno dei piatti più in voga. Forse con queste varietà vegetali il miso lavorerebbe meglio dell’abbondante salsa di soia qui presente, ma il piatto “lavora” bene anche così.
ramen, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Gnunmareddi affumicati, carciofi arrostiti e zabaione alla senape. Qui l’accostamento originale permette il superamento del mero piatto tradizionale: chapeau.
gnunmareddi, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Frolla, lemon curd e meringa italiana. Molto bene.
meringa, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Anarchia di cioccolato: scenografica presentazione a cura di Valentina Rizzo. Certo l’originalità della forma non abita qui ma il risultato è, francamente, un dolce al cioccolato vario, interessante e terribilmente buono.
cioccolato, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano
Il vino della serata.
vino, Farmacia dei sani, chef Valentina Rizzo, Ruffano

Tavoli larghi e ben distanziati, poltroncine comodissime, l’atmosfera delle tavole borghesi di qualche tempo fa. L’accoglienza al San Martino è nel segno dell’eleganza, della classicità e della professionalità; molto del merito è di Michela Berto, ultima esponente della famiglia che da ben cinque generazioni gestisce questa tavola in Rio San Martino, frazione di Scorzè, a circa 20 km da Venezia.

Non solo il “ristorante elegante” della zona, ma il San Martino qui è ormai un vero e proprio luogo della memoria. E non sorprende notare come la gran parte della clientela sia abituale, e si intrattenga amichevolmente con il personale di sala. Clienti che arrivano, tornano, che si sentono come a casa, che vengono per mangiare il loro piatto preferito.
In un momento in cui l’alta ristorazione -in questo, peraltro, specchio della società in cui viviamo- vive di chef che saltellano da un posto all’altro in un turbinio di aperture, chiusure, cambiamenti di nome e di location, quella del San Martino è una storia antica, di una ristorazione diversa, forse di un’Italia diversa.

Esperta sommelier e perfetta padrona di casa, Michela dirige la sala con grande professionalità. In cucina il marito Raffaele Ros, cuoco autodidatta alquanto eclettico, si dimostra in grado di coniugare con equilibrio tradizione e ricerca e di utilizzare al meglio i prodotti del territorio, spostandosi qua e là a cavallo tra le province venete. D’altra parte, Scorzè è situata all’incrocio, in pochi chilometri, di ben tre province, Venezia, Padova e Treviso e la carta del San Martino è un vero e proprio omaggio ai prodotti del territorio veneto.
Anche se in carta non manca mai qualche piatto di impostazione un pizzico più creativa, la cucina affonda le proprie radici nella tradizione per una clientela in larga parte in cerca di certezze. Semplicità e valorizzazione dei prodotti tipici del territorio, da quelli più noti ad altri che sono vere e proprie chicche sconosciute a chi viene da fuori.
E così i murici (chiamati in zona Beccamorti), molluschi di grossa taglia, sono serviti caldi nella loro conchiglia con burro alle erbe, quasi a echeggiare un classico come le escargot à la bourguignonne. Il radicchio di Treviso e il broccolo fiolaro di Creazzo accompagnano il palombo affumicato, le cipolle rosse di Cavasso e Val di Cosa (presidio Slow Food) arricchiscono la componente aromatica del risotto.

Non tutti i piatti ci hanno convinto pienamente, e in particolare qualche accostamento non ci è parso troppo centrato, ma nel complesso la cucina di Ros si conferma in grado di dispensare certezze e di non deludere chi varca la soglia del San Martino.
E poi si beve bene: Michela, grande appassionata di vini autoctoni, saprà guidarvi all’interno di una carta davvero degna di nota, che riserva molto spazio in particolare a Champagne e vini da dessert ed in cui non mancano le “grandi firme”, ma che permette di divertirsi anche scovando piccole chicche.

Contro il logorio della vita moderna…” recitava lo spot di un amaro (più di) qualche anno fa. Ebbene, contro il turbinare della modernità, una sosta in questa oasi di buon gusto, buone maniere e buona cucina non può che fare bene.

Chips di pasta senza glutine e di riso venere e buccia essiccata di topinambur.
chips, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Tacos ripieno di ratatouille e salsa di nduja: croccante, tiepido, molto gradevole.
Tacos, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Il pane, il burro.
pane, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
L’uovo che non c’è: spuma di patata e zucca, polvere di funghi e uva.
uovo, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Carpaccio di crostacei e caviale di aringa: scampo, astice, mazzancolla, gambero rosso, caviale di aringa (leggermente affumicato), salsa di mandarino.
carpaccio, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Mazzancolle e calamaretti cacciaroli di Caorle.
mazzancolle, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Beccamorti alle erbe: burro alle erbe, basilico, erba luigia, menta, lattuga, timo.
beccamorti, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Risotto con cipolla di Cavasso e Val di Cosa, astice: l’astice è tostato nel burro di cacao, a completare il tutto una salsa di agrumi forse troppo invadente.
risotto, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Praline di cagliata di caprino: fondo al tartufo nero, meringa di acqua di Grana Padano e polvere di cipolla bruciata. Il piatto meno convincente, tanto idrocarburo e poco altro.
praline, San Martino, Chef Raffaele Ros, VeronaTrancio di pesce di giornata al fil di fumo e zabaione di sedano rapa e zafferano: piatto nel complesso non elegantissimo, con lo zabaione aromaticamente strabordante che tende ad appiattire il gusto della preparazione sulle note aromatiche del sedano rapa.
pesce, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Spuma di frutta, lampone, frutti rossi marinati, gel di more, meringa di latte, sorbetto di sedano e mela, sedano candito.
spuma di frutta, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona
Petit four.
petit four, San Martino, Chef Raffaele Ros, Verona

Si dovrà andare in provincia di Avellino, per di più in una azienda vinicola di grande rilevanza, per assaggiare la cucina di uno dei cuochi più preparati e colti di tutta la regione.

In località Cerza Grossa infatti, Feudi San Gregorio cela, con le geometrie di vetro e acciaio poggiate sui declivi arredati di viti, la sua articolata produzione di vini autoctoni ma anche la cucina di Marennà, il ristorante gourmet in affido a Paolo Barrale. Siciliano di Palermo, gioventù sul quel colle di Roma da Heinz Beck ed infine irpino di adozione, all’interno di questa azienda sempre molto attenta al marketing e alla comunicazione e con quell’idea della grande famiglia allargata ai collaboratori e ai dipendenti tutti.

Il percorso che si consiglia di intraprendere ad uno di questi tavoli è fuori di dubbio quello a mano libera, dove agilmente si rincorrono memorie e profumi della vita in viaggio dello chef, una sorta di fusion dove affiorano di volta in volta piatti di cucina francese o comunque classica, intramezzati con le suggestioni della terra irpina e della costa campana e contrappuntati poi dalle schegge della grande anima araba dei siciliani. Un modo per non affaticare mai il palato, divertirsi ad una tavola ricca di profumi, cercando più rotondità che spigoli, più accordi che contrasti.

Così il cammino che si apre con il fioretto dei due piatti di mare giocosi, lavorati senza fiamma e dai profumi intensi della pesca e del cocco, comincia a intensificarsi con la sciabola della salinità della guancia prima salmistrata e successivamente cotta nel brodo, per poi culminare nella terrina di foie gras, di ottima fattura, accompagnata da un pan brioche caldo in cui si riconosce la terra natia dello chef.

Analogamente nei primi piatti si palesano le anime plurime che ispirano questa cucina. Un risotto di mestiere, dove il finocchio contiene gli eccessi delle alici, un raviolo più casalingo, semplice ed accattivante e quei piccoli cannelloni dove finalmente leggere il territorio irpino nelle sue tipiche espressioni di carni e formaggi. I due secondi riprendono la giostra con una spigola, prima al cucchiaio in versione cruda e vegetale, poi al trancio nel piatto, in oliocottura, speziato dal cous cous e magnificamente amplificato da una bisque di crostacei ed infine con un piccione, non memorabile ma di corretta esecuzione, sezionato sulla lavagna divenuta piatto.
Sui dessert mano felice, come ci si aspetta da un siciliano, con sorprendenti azzardi di sconfinamenti salati, prima con una delizia al limone a strati sovrapposti, dove si infiltrano i cristalli Maldon e poi con un cannolo sottilissimo e croccante, dove mascarpone e gelato sono solo sponde grasse ad un raffinato crunch di scarola ed alle erbe amaricate dal liquore benedettino.

Le ultime note sono per un servizio competente e preciso, un conto più che onesto, una carta dei vini ormai non più confinata nelle etichette aziendali e un maître, Angelo Nudo, che non smette di migliorarsi mai.

Il volume della struttura. Imponente ma non impattante. Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
La terrazza della sala affacciata sulle valli.

terrazza, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
L’orto, dispensa naturale dello chef.
orto, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Meringa soffice di Aperol e burro di arachidi. L’aperitivo dello chef.
Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Il pane. Notevolissimo, per varietà e qualità.
pane, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale

Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Gazpacho. Crudo di scampi, brunoise di pesca, pomodoro e caviale di peperone verde. Inizio leggero e di grande freschezza, a suggerire un percorso di lento e progressivo corpo.
gazpacho, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Caprese di capasanta… in Perù. Omaggio alla cucina andina, con la ceviche di capasanta al lime, pomodoro e latte di cocco.
caprese, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Bollito… alla palermitana. Un altro accenno alle contaminazioni geografiche con la guancia di vitello salmistrata. Elegante l’impiatto con il foglio di gelatina del brodo a velare la carne. Completa il succo di insalata versato al tavolo.
bollito, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Terrina di fegato grasso d’anatra. Marinato a crudo ecco il foie gras, accompagnato da albicocche, mandorle, miele e lavanda. Abbinamento zuccherino classico con dell’ottimo pan brioche. E qui ci sono tutti gli anni con Heinz Beck.
terrina, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Risotto. Buona mantecatura, equilibrio in gioco dolce/sapido con il finocchio e le polpette di alici.
risotto, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Ravioli alla “Neranese”. Una variazione sul tema omaggio al piatto simbolo di quel tratto di Costiera Sorrentina. Le zucchine sono dentro e fuori il raviolo poi condito con burro e parmigiano.
ravioli, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Cannelloni. Con ragù di agnello, cicoria, latte di pecora e pecorino. Intensità a fondo scala per un solido piatto di territorio.
cannelloni, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Spigola. Torna l’anima siciliana con il cous cous speziato a profumare la densa riduzione del fumetto di pesci di scoglio. A lato un cucchiaio di introduzione al piatto con una tartare con note vegetali.
spigola, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale

tartare, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Piccione. Un altro classico in tavola. Una ricomposizione delle sue parti con pop corn, cipollotto e le dissonanze del coccolato bianco e del caffè.
piccione, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
“Verde”. Cannoncini al mascarpone, biscuit alla scarola, succo di erbe di campo, amaro benedettino e gelato alla gianduia. Nome minimale per un dessert di struttura viceversa complessa, di contrasti e addizioni. Si compone boccone dopo boccone con un gran finale al palato.
dessert, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale
Al bancone del bar per i conclusivi petit four.
petit four, Marennà, Sorbo Serpico, Chef Paolo Barrale

Per raccontare quanto la famiglia Alciati sia stata, ed è tuttora, un pilastro portante dell’alta cucina langarola ci vorrebbero anni.

Una storia che affonda le radici in questo luogo magico. E che continua a perpetrare una tradizione fatta di grandissima ed accurata selezione di ingredienti, composta da una fila enciclopedica di piatti e di preparazioni, classiche, da far invidia alla Francia intera.

Da Guido è una istituzione e i figli Piero (in sala) e Ugo (in cucina) continuano a portare avanti questa tradizione con grande competenza, senso del gusto e attenzione. Ospitati e accolti nella splendida Villa Reale della tenuta Fontanafredda, luogo di rara magia e fascino discreto.

E anche in quest’occasione, momento in cui un manipolo di amici si ritrova per approfondire l’annata tartufesca 2016, si sono dimostrati ai vertici della cucina classica italiana. Con piccoli tocchi di attualità, usando tecniche moderne, alleggerendo alcuni passaggi e preparazioni. Facendo ciò che un cuoco dotato di buon senso e di ottima tecnica farebbe. Lasciando cioè il più intatto possibile il sapore e il “profumo” dei grandi classici di questa terra. Ma le ragioni del successo di questa famiglia non affondano solo nella grande capacità tecnica ed intelligenza di entrambi i fratelli. Risiedono anche e sopratutto nella capitalizzazione di una storia che ha visto, da generazioni, l’approfondimento e la conoscenza del territorio e dei suoi massimi esponenti. Che significa, in parole povere, saper dove trovare la carne migliore, la verdura migliore, il tartufo migliore… e così via.

Potrebbero vivere di rendita gli Alciati, ed invece continuano ad apportare piccoli ritocchi, impalpabili cambiamenti, qualche piccolo soffio impercettibile per migliorare costantemente ed attualizzare una cucina così perfetta e precisa che più non si può.
Ne sono un esempio gli antipasti, tutti di una precisione tecnica invidiabile ma al contempo di una leggerezza quasi eterea. Ma tutto il pasto, di fatto, scorre via senza batter ciglio. Senza un filo di grasso in eccesso, senza una imperfezione né stilistica né di cottura, né tanto meno di consistenza.

Impresa tutt’altro che facile, ma impresa certamente vinta, non v’è dubbio alcuno!

La splendida facciata della Villa Reale in Tenuta Fontanafredda.Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Il tavolo conviviale.Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati
La splendida Molteni.Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati
La cantina.cantina, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

cantina, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

cantina, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

La partenza.Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

L’ottimo pane.pane, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Cardo di Nizza, acciughe, pera.

cardo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

cardo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Strepitoso Carpaccio di vitella.carpaccio, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

carpaccio, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Uovo in camicia, di una qualità e precisione tecnica invidiabili, patate, parmigiano.

uovo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

uovo, tartufo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

uovo, tartufo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Tajarin.Tabarin, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Il compagno di viaggio.tartufo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Gli agnolotti di Lidia al tovagliolo.

agnolotti, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Il brodo in accompagnamento.brodo, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Cosciotto di capretto di Roccaverano al forno.capretto, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

capretto, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

L’insalata ad accompagnare.insalata, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

cosciotto, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Robiola di Roccaverano.robiola, roccaverano, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Con olio e pepe fresco.

robiola, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

Fior di latte al momento.fior di latte, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

fior di latte, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

La piccola pasticceria.piccola pasticceria, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati

I vini. vini, Guido, Serralunga d'Alba, Ugo Alciati