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La Milano che se la beve…Di Carlo Cappelletti.


Questo breve racconto è ambientato a Milano, ma gli avvenimenti narrati avrebbero potuto svolgersi in qualsiasi parte d’Italia. Anzi d’Europa. Anzi dell’universo mondo. Anzi Besson. Anzhi quelli che ci han fregato Eto’o.
Anzi no. A pensarci bene, Milano è forse l’unico teatro possibile per ciò che abbiamo potuto ammirare in una fresca serata di tarda primavera.
Questo racconto non ha un voto. Avremmo potuto tranquillamente assegnare una valutazione a questo ristorante, e sarebbe come sempre stata sufficiente, anche se dal minimo sindacale l’eccedenza sarebbe stata giusto di un mezzo punticino. Senza nomi e cognomi, il coltello sarà allora più affilato del solito, e non solo per via della carne stopposa, ma nulla di tutto ciò è pura fiction. Tutto ciò è accaduto realmente.

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Questa recensione aggiorna la precedente  valutazione che trovate qui

La mancanza di immediatezza non può essere considerata un difetto per uno chef, semmai è una caratteristica, un sigillo. Potrebbe essere un difetto per un ristoratore ma non per un artista o artigiano che dir si voglia.
Se la complessità e la difficoltà di “farsi leggere” sono diventati un difetto, allora abbiamo un problema. La voglia di uniformare tutto sta facendo molti danni.
Il mondo moderno è certamente più orientato alla sensazione istantanea, alla prima impressione. E’ sempre più difficile attendere, scoprire, non vivere di pregiudizi.
La cucina di Paolo Lopriore richiede di fare preventivamente tabula rasa e richiede pazienza, attesa, fiducia. Attributi difficilissimi per l’utente medio che siede al ristorante, che semmai ha desiderio di conferme, di sicurezze, di svago.
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