Quando Anton Ego si siede per la prima volta al tavolo di Gusteau con, in cucina, l’improbabile duo Remy/Linguini, al cameriere consegna subito una domanda semplice e diretta: “vorrei un po’ di prospettiva”. Ecco, forse questa è l’unica grande e legittima richiesta che ognuno di noi dovrebbe porre al cospetto del grande chef: farsi aprire, con la sua arte (o presunta tale), nuove prospettive, nuovi orizzonti, mondi paralleli della conoscenza culinaria fino ad allora ignoti alla nostra percezione. Stupire, affascinare, irritare, tranquillizzare, ammaliare, confortare, ammiccare, semplicemente nutrire: sono tutte azioni nelle corde di molti, moltissimi chef. Ma aprire nella mente dei propri clienti nuove “prospettive”, beh no, signori, questa è una dote che appartiene solamente a pochi (e grandi) cuochi.

L’improvvisa chiusura dell’esperienza al Canto di Paolo Lopriore ha scatenato molte reazioni. Per fortuna forse Paolo è solo inciampato in un gradino malmesso della sua brillante carriera, come spesso capita agli chef della parte alta della classifica. Ricomincerà presto da un’altra parte, ne siamo certi. Di sicuro tutte quelle repliche convulse hanno ingenerato discussioni a non finire, fazioni pro e contro, e, in generale, non hanno aiutato a dissipare qualche personale perplessità che ancora mi attanaglia.

Anche nel nostro quotidiano, qui a Passione GourmetPersona di palato fine, esperto in vini e vivande. Termine combacia attualmente con un'idea creativa e avanguardista applicata al mondo gastronomico...., le mail di commento “alla notizia del giorno” si sono succedute a ritmi febbrili. E leggendole mi sono convinto che forse un po’ di “prospettiva” sul valore di Paolo Lopriore potevo ottenerla parlando non direttamente con lo chef, del quale certifico l’assoluta incapacità comunicativa anche di fronte alle mie veementi rimostranze l’ultima volta che ho cenato alla sua tavola. Quindi ho deciso un’ardita operazione mediatica, intervistare un amico e un collega come Roberto Bellomo, allo scopo di fermarsi, idealmente assieme a Paolo, per qualche istante su quel fatidico gradino.

Caro Roberto, mi racconti la tua prima volta da Lopriore al Canto?

 “La prima volta fu un anno dopo l’apertura, dopo aver visto un servizio sul Gambero Rosso Channel, era un breve reportage di un giovane Marco Bolasco. Ne parlò benissimo e mi incuriosì molto. Era fine estate del 2003, credo, ci andai a cena con mia moglie e rimasi rapito da Paolo, un vero colpo di fulmine”.

 Di quei primi piatti cosa ricordi?

 “Gli elicoidali, la mitica insalata di cui ancora si parla oggi, poi un soufflé di panpepato da infarto. Quel dessert fu un vero e proprio shock: estremo, poco compiacente, con un grado alcolico altissimo. In quel posto così toscaneggiante e serafico era un elemento di rottura. Lì incominciai a capire chi era Paolo Lopriore”.

 Un uomo capace di far breccia fin dal primo momento quindi …

 “Sì, assolutamente sì. La nettezza dei sapori di quei primi assaggi me la sono ricordata per anni. Non mi capita spesso, di solito solo con i grandissimi chef, quelli che segnano un’epoca. E comunque a più di dieci anni di distanza la sensazione sublime di quella cena è ancora vivida nella mia memoria gustativa”.

Sinceramente non posso dire di essere stato così fortunato come Roberto. Ma oggi è la curiosità da gourmet che mi guida. Perché il Canto ha chiuso? Qual è la verità? Se Lopriore ha creato un lessico culinario di difficile comprensione ai più, perché non ha dato a chiunque gli strumenti necessari per essere compreso?

“Lopriore è uno chef introverso, uno dei cuochi dalla personalità più complessa e originale che conosco. La sua cucina è unica, quasi non replicabile altrove, anche se chiari segni del suo stile sono riscontrabili nelle creazioni di molti suoi colleghi. Può fare solo la sua cucina, quella che sente nel suo animo e nella sua emotività, seguendo un percorso di ricerca talmente personale che non può essere apprezzato da chiunque. Lo stimi e lo adori se ci sono affinità e sensibilità comuni. E non è certamente un comunicatore, è l’esatta antitesi di Bottura per intenderci. Se provasse a vestire i panni del Sommo Massimo ne uscirebbe una figura goffa e non credibile”.

Quello che avevo sempre giudicato come un limite atavico di Lopriore, una sorta di mancanza di rispetto verso chi si sobbarca un viaggio e un cospicuo conto finale per una cena, forse è semplicemente il frutto di una tirannica timidezza? E’ giusto giudicare il valore di uno chef considerando più il suo lato umano che quello squisitamente imprenditoriale?

O forse siamo semplicemente in un ambito talmente artistico in cui i nostri parametri di valutazione devono necessariamente essere stravolti dal genio, dalla follia, dall’animo di chi abbiamo di fronte?

“Concordo sul fatto che Lopriore non sia in grado di spiegare a parole la complessità della sua cucina, ma sono certo che l’essenza del suo lavoro rappresenti un messaggio di una chiarezza esemplare. Ci sono artisti di non facile lettura, come Paolo, ma la forza dirompente delle loro creazioni è un linguaggio universale. Certo un minimo di esperienza è necessaria per avvicinarsi all’universo Lopriore, servono gli strumenti del gourmet che viaggia e prova le tavole importanti”.

Roberto mi parla di percorsi alla ricerca continua dell’essenza dei sapori, della perfezione e della purezza gustativa, esplorazioni che in Lopriore possono trovare un punto di arrivo e di conoscenza assoluta.

 “La grandezza di un piatto è valutabile dalla sua permanenza temporale nella memoria gustativa di chi lo assaggia. Da Lopriore questa sensazione è portata all’estremo, è perpetua negli anni”.

Ascoltando Roberto rivivo le medesime emozioni che ho provato in tanti anni alla tavola di Fulvio Pierangelini, momenti indimenticabili. Due chef così diversi da un punto di vista espressivo, ma forse accomunati dalla straordinaria capacità di saper determinare per sempre i nostri parametri dell’eccellenza.

 “Sono convinto che Lopriore sia uno dei più importanti chef d’Italia e del mondo. Da quel 2003 sono ritornato ogni anno, anche più volte ad approfondire le sue capacità uniche. Paolo ha costruito un universo creativo basato sulla pulizia dei sapori ma penetrato, anzi quasi squarciato, dalle dirompenti visioni delle sue idiosincrasie: l’amaro, portato sovente all’estremo, e le consistenze viscide, per esempio. Due ossessioni del tutto atipiche e personali.

Al Canto ho vissuto escalation gustative che ai più sarebbero sembrate incomprensibili: tè yé su xin, tartufi di mare e aceto di moscato, poi lumache al verde, poi il midollo e tartufo. Le consistenze gelatinose accompagnate dal gusto amaro intervallate da piatti memorabili come le paste ripiene”.

Ho visto cose che voi umani … sembra dirmi Roberto. La verità è che Paolo Lopriore non si pone limiti, non prende neppure in considerazione l’eventualità di arrotondare gli spigoli aguzzi della sua irrefrenabile natura, che più che creativa, oserei definire sensoriale. Non pensa un piatto partendo dalla tavola e dalla persona che se lo troverà di fronte, pensa e basta. E così facendo dà sfogo alla sua legittima esigenza di espressione, quella più pura.

“Probabilmente chef più accorti di Paolo non si spingono tanto in là. Sorrido solo al pensiero del cliente americano medio che ha assaggiato al Canto, prima del dessert, una celeberrima creazione come limone e sale. Probabilmente gli andava spiegato che, nonostante il decoro tutto toscano, in quel momento era lontano anni luce dall’eterea e rassicurante cultura gastronomica della terra che lo stava ospitando”.

E’ quindi solo un problema d’informazione? Così semplice? Com’è possibile che una personalità del genere non abbia una scuola di allievi che possa diffondere le sue idee?

“Paolo è sostanzialmente un esploratore d’idee, non ha le physique du rôle del classico maestro. Gli chef da lui ci sono andati, nomi oggi molto importanti delle avanguardie culinarie italiane. Quindi affermare che Lopriore non sia una figura di riferimento non è corretto. Certo che la sua cucina non può essere replicata in fotocopia, è impossibile. Ma anche questa è la sua grandezza. Paolo deve lavorare in un ristorante da 20 posti, in una grande città o in una località facilmente raggiungibile. Sarebbe sempre pieno, tutti i gourmet farebbero la fila, a prescindere dal risultato felice o infelice, della loro esperienza. Quello che la cucina italiana non si può permettere è che non esista un posto dove poter assaggiare i piatti di Paolo. Non si può escluderlo dal proprio percorso di conoscenza”.

Secondo te Lopriore è troppo in anticipo sui tempi?

“Tra dieci o vent’anni sarà la stessa cosa, il tempo non c’entra. Anche in futuro Paolo Lopriore sarà sempre, e solo, sincero con se stesso”.

Ritengo che il ruolo del gourmet comporti molti privilegi e qualche dovere. E’ legittimo godere, intensamente e appassionatamente, ma è anche giusto essere in grado di razionalizzare e spiegare perché ciò accade. Altrimenti, temo, si rischia di rimanere tutti imbrigliati in una spirale di compiacimento fine a se stessa.

Le passioni, qualunque esse siano, a volte si elevano a vette troppo distanti per essere messe a fuoco da chiunque. La condivisione e il confronto ci aiutano a riportarle alla loro essenza più piacevole. Spero di cenare presto, assieme a Roberto, alla nuova tavola di Paolo. Magari parleremo anche di altro, non solo di cucina, consistenze o gusto bitter. Forse di cinema, un’altra comune passione.

E se Roberto riuscirà a districare il vero mistero che mi angoscia da anni, cioè l’esistenza di un film come “Il pasto nudo” di David Cronenberg, lo ringrazierò con tutta la gratitudine possibile.

Ed ora lasciamo parlare questi piatti e queste stupende foto, Thank’s to Bob Noto

Gioco di forme

Cozze fritte

Collosità

Asparagi di mare, funghi porcini e acetosellaOxalis acetosella (nome comune Acetosella dei boschi) è una piccola pianta alta fino a 12 cm, appartenente alla famiglia delle Oxalidaceae. Il nome comune della pianta deriva dal sapore acidulo (ma anche aspro) delle foglie usate anticamente come condimento per le insalate e che ricorda appunto l'aceto. Anticamente (nel Medioevo) si usava come condimento. Al pari dell'acetosa arricchisce di sapore...

Sgombro, oro e alloro

Spaghetti, sedano, uova dolci e salate

Ravioli di broccoli, acciughe e tartufo nero

Riso, bisqueE' una ricetta della cucina francese tipicamente basata sul brodo di crostacei (aragoste, astici, gamberi di fiume). Si tratta di una zuppa che può essere servita in purezza oppure utilizzata come fondo di cottura per la preparazione di altre pietanze. È da considerarsi a tutti gli effetti un fondo bruno a base di crostacei. Per preparare la bisque è necessario... di crostacei e dragoncello

Rognone, rabarbaro, frutti rossi e rosa

Fegato di vitellina da latte con alloro e spinaci

Pomodorini conditi : pompelmo, verbena, olio e lamponi

Cadenza d’inganno

24 Risposte

  1. Giovanni Lagnese

    In un mondo giusto Lopriore avrebbe le tre stelle e articoli come questo non avrebbero assolutamente ragion d’essere.
    Ad ogni modo non è affatto vero che Lopriore sia “di non facile lettura”, né che occorra esperienza per capre la sua cucina.

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  2. Orson

    E questo, Giovanni, in un mondo giusto o nel mondo reale?
    Te lo chiedo perché, conoscendoti, penso che l’attenzione a come la pensano persone molto diverse da te non sia esattamente il tuo punto forte:)
    Io qualche reazione “sconvolta” di turista americano posso testimoniare di averla vista in diretta, così come quella di altre persone non appassionate quanto noi con cui mi è capitato di mangiare al Canto.
    Ciò non toglie che ci possano essere non appassionati con una sensibilità tale da cogliere la grandezza della sua cucina e restarne impressionati, ma temo, in questo mondo “ingiusto” che non siano la maggioranza.

    Rispondi
    • Giovanni Lagnese

      Robè, hai presente Valentina? Valentina ha provato il Bulli come suo secondo grande ristorante, dopo il Don Alfonso. Era il 2009, ricordi? C’era tuo figlio Carlo, c’era Emanuele Barbaresi… Fu il menù di Adrià considerato più “ostico” fra quelli degli ultimi anni. A mio avviso, semplicemente, uno dei più interessanti.
      Valentina, che non aveva praticamente alcuna esperienza, restò folgorata. Roberto Mostini, per dire, rimase schifato. E Valentina non è l’unico caso: lo stesso Adrià racconta di artisti privi di qualsiasi cultura culinaria che si entusiasmarono da lui. Ed è lo stesso Adrià a sostenere che non è una questione di esperienza. Si sbaglia anche Adrià?

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      • Orson

        Giovanni il mio è un discorso diverso.
        Sicuramente ci sono persone, come è stato il caso di Valentina, che possono restare folgorate davanti a uno chef come Adrià (o Lopriore) pur non avendo esperienza. La sensibilità può essere toccata anche in maniera più istintiva, e l’ho anche detto che quella fortissima di Lopriore può colpire persone con una sensibilità simile alla sua.
        Di sicuro, però, è molto più probabile che chi abbia avuto la fortuna di frequentare l’alta cucina riesca a capire meglio la statura dello chef.
        (Tutti i grandi chef italiani con cui mi è capitato di parlare di Lopriore ne hanno un’opinione altissima. Un caso?)

      • Giovanni Lagnese

        A me invece è capitato di parlare con chef italiani, considerati grandi da qualcuno (non da me), che a sentir parlare di Lopriore ridevano sotto i baffi, come se si stesse parlando dell’ennesimo incapace che prende in giro la clientela. E bada bene che questi pseudo grandi chef hanno lo stesso atteggiamento nei confronti di Adrià. Qualcun altro mi ha detto: “se Paolo vuole farsi dal male, è una scelta sua; io faccio il cuoco e cerco di fare ciò che piace alla maggioranza dei miei clienti”. È, di nuovo, una questione di impostazione, di fondamento. Di “a priori”, non di esperienza.
        Inoltre, tieni presente che se parli con uno chef da cliente, questi difficilmente ti dirà male di un altro chef che tu, cliente, apprezzi.
        Ad ogni modo, non credo che la maggior parte dei “grandi” chef dai 60 anni in su capisca granché di Lopriore (a parte le ben note eccezioni).

      • Giovanni Lagnese

        Provo a spiegarmi meglio. Il punto non è se molti, o viceversa pochi, apprezzino questa o quella cucina. Il punto è andare a vedere come è come è ripartito l’insieme di questi molti o di questi pochi. E non credo proprio che, nel caso di Lopriore, ma direi anche nel caso di Adrià, gli estimatori con poca esperienza, quelli insomma che restano subito folgorati pur non essendo gourmet smaliziati, siano percentualmente molti di meno rispetto a quelli di altri chef. Viceversa, credo che l’esperienza in fin dei conti non aiuti molto, e a volte possa essere addirittura controproducente, come testimoniano casi come quello di Roberto Mostini, dello stesso Bruno Petronilli e tanti altri.
        Stockhausen diceva che quando faceva ascoltare la sua musica a dei bambini, questi la apprezzavano. Il pubblico del San Carlo di Napoli, invece, no. Perché appunto non è una questione di esperienza, non è che si debba fare una preparazione speciale prima di avvicinarsi alla musica del secondo Novecento. Se scegli a caso un melomane e scegli a caso un camionista, forse è più probabile che fra i due sia il camionista ad apprezzare maggiormente, che so, un Ligeti. Qualcuno potrebbe dire che Ligeti lo si apprezza meglio se si conosce quello che c’è stato prima, ed è vero, ma questo non significa che non si possa iniziare da Ligeti, perché altrimenti non si dovrebbe iniziare nemmeno da Mozart, o da Bach: si dovrebbe iniziare da molto prima, e invece non è così; ed è bene che non sia così.
        In definitiva, il discorso è che da quello che scrivi, Roberto, si evince che non consiglieresti mai Lopriore a un neofita, e invece la probabilità che lo apprezzi un neofita non è inferiore alla probabilità che lo apprezzi un enofilo smaliziato come Roberto Mostini. È una questione di presupposti, di concezione di fondo, di approccio, non di esperienza. Puoi fare tutta l’esperienza che vuoi, ma se hai certi dogmi John Cage non lo apprezzi. E in alcuni casi l’esperienza li consolida, certi dogmi, anziché favorirne il superamento.
        Che poi ci sia un certo tipo di cliente che allo stesso tempo non ha esperienza ed ha pregiudizi, è un altro discorso. Ma credo che esperienza di settore e apertura siano nella maggior parte dei casi linearmente indipendenti.
        Sono stato chiaro?

      • Giovanni Lagnese

        Facciamo un discorso “pratico”. Io ho dei conoscenti che sono persone intelligenti ma non sono gourmet. Mediamente, odiano certa “cultura” di massa e tutto ciò che è borghese, carezzevole, piacione, studiato per compiacere. Tu, Roberto, visto che non sono gourmet smaliziati consiglieresti loro, per avvicinarsi all’alta cucina, il Pellicano. Io avrei consigliato il Canto. Risultato nel caso optino per il Pellicano: “beh, sì, buonissimo, eccellente, ma è come un massaggio fatto in maniera sublime, evidentemente la cucina non può essere arte, perché le manca l’elemento disturbante, l’asprezza dell’avanguardia; per carità, è comunque una cosa interessantissima, ma non mi interessa, il gioco e la spesa non valgono culturalmente la candela”. Nel caso del Canto, invece: “i miei pregiudizi sui limiti della cucina erano infondati, la realtà ha smentito i miei precedenti schemi, l’alta cucina può essere arte, non è affatto solo quella forma di artigianato borghese che credevo che fosse”.
        Capisci?

      • Orson

        Giovanni, non è che non abbia capito la tua posizione. E’ che non credo sia giusta.
        Non credo che sia così, credo che sia più probabile che Cage lo capisca chi sa di musica contemporanea. Che gli piaccia è un altro discorso, ma che possa avere la curiosità di andarci e possa capire il senso di ciò che ha fatto.
        Nella ristorazione, c’è un problema in più: la maggior parte delle persone va al ristorante per “mangiare”, negando del tutto la possibilità di fare un’esperienza di arricchimento culturale (non è così se si entra in un teatro). Molte persone di questo tipo si trovano tra i clienti di un ristorante d’albergo in una città d’arte; molte di queste reagivano male a una cosa che non capivano e non si aspettavano.

      • Giovanni Lagnese

        Roberto, TI SBA GLI. Mi è capitato spessissimo di incontrare giovani (e giovanesse) che mi chiedevano che tipo di pre-competenze musicali servissero per essere in grado di trarre piacere dall’ascolto della musica contemporanea. La mia risposta: “Nessuna, non c’è niente da decifrare, devi solo essere in grado di ascoltare con orecchio realmente vergine, perché il problema non è che ti manchi qualcosa che dovressi sapere, ma al contrario che non riesci a liberarti di certe cose che sai e che il tuo cervello dà per buone in automatico”. Hai presente quando i ragazzi, specie quelli provenienti dal liceo scientifico e abituati a fare esercizi su esercizi applicando sempre le stesse regole, incontrano difficoltà anche solo a concepire le strutture matematiche deboli (cioè povere di proprietà) in cui quelle regole, in generale, non valgono? È la stessa cosa.
        Avanguardia significa fondamentalmente qualcosa per apprezzare la quale devi essere in grado di “non sapere più” certe cose che sapevi e che davi per buone automaticamente. Quindi, più che esperienza, serve la capacità di fare come se si fosse “cancellata” una certa esperienza. Una sorta di “saper non sapere”. Essere in grado, essere capaci di non sapere. E questo vale per la proprietà commutativa, per le regole di “lettura” di un dipinto in prospettiva, per il terzo escluso, per le “regole” implicite di ascolto di una composizione musicale tonale, per le regole implicite di approccio a un testo poetico, ecc. E per la cucina.
        Più che “sapere di non sapere”, il difficile è “saper non sapere”. E a volte i bambini ci riescono meglio degli adulti.

      • Giovanni Lagnese

        Anche Valentina, anche per quanto concerne la musica contemporanea (sull’idea che non è questione di esperienza, ma di revisione degli “a-priori”), è perfettamente d’accordo con me. Ma non c’è da meravigliarsi: con lei sfondo sempre una porta aperta.

  3. magomarcello

    quella delle critiche feroci a Paolo e la cronica mancanza di pubblico pagante,che ha portato a questa separazione dalla Certosa,è una faccenda tutta e tipicamente “made in italy” (scritto in minuscolo non a caso). che si tratti di compatrioti avulsi al ciotolone di cozze a pochi euro (cit.azazel) o stranieri danarosi che identificano il territorio nel trinomio tovagliaquadretti/fiasco/fiorentina,resta un caso unico al mondo che lascio da analizzare ai posteri o a gente piu’ intelligente di me.
    dico solo che ,secondo l’equazione in cui Lopriore, per esser capito e apprezzato,dovrebbe operare in una grande citta’,locali come el bulli,french laundry o bras,sarebbero morti ancor prima di aprire..

    Rispondi
    • Orson

      Potrei, purtroppo, fare molti controesempi.
      Se giri per ristoranti d’alta cucina in un mercoledì feriale a Parigi o a Le Havre non è la stessa cosa, te lo garantisco.
      E’ sicuro che se il Canto fosse a Milano troverebbe un pubblico diverso che a Siena, nonostante tutto il rammarico che si può avere per questo.

      Rispondi
      • giovanni gagliardi
        giovanni gagliardi

        Nei film di Bellavista potremmo definirlo Un pensiero poetico per l’occasione: Meglio avere un ristorante con una cucina piaciona al centro di una grande città che un ristorante con una grande cucina concettuale sperduto nella campagna toscana.

        O no?

        Ad Majora

      • Giovanni Lagnese

        Il punto è che casi come quello di Lopriore devono far riflettere su una questione che io ho sempre richiamato (e Roberto lo sa bene): se la cucina può essere arte – e può esserlo – perché lo Stato non la sovvenziona così come sovvenziona, ad esempio, un concerto con musica di Stockhausen? Nel caso di un concerto di musica classica – specie se contemporanea – gli incassi dalla vendita dei biglietti non coprono più del 30% dei costi. Il resto sono soldi pubblici e soldi di sponsor privati. Perché allora, se grazie ai soldi pubblici si può rendere possibile l’esecuzione della musica di Berio (che altrimenti non sarebbe economicamente sostenibile), non si può anche tenere in piedi un luogo dove si fa una cucina che ha valore artistico ma che nel libero mercato difficilmente può reggersi sulle sue gambe?

      • Orson

        E chi dovrebbe scegliere quali ristoranti propongono cucina “da sovvenzionare”?
        Visti gli esempi di altri settori artistici sconsiglierei caldamente quest’ipotesi.
        Che sia impossibile in Italia fare un ristorante di alta cucina che si regga su una logica di mercato non credo sia da considerarsi una certezza, ci sono fortunatamente alcuni casi che dicono il contrario.

      • Giovanni Lagnese

        Chi dovrebbe scegliere?

        Chi è che sceglie di quali giovani compositori contemporanei debbano essere sovvenzionate le – altrimenti impossibili – esecuzioni pubbliche? Chi è che decide se con i soldi pubblici bisogna sovvenzionare questo o quel museo (ad esempio: quello dei telefoni anni 50, oppure quello delle confezioni di preservativi della Hatù), ciascuno dei quali di proprietà di privati?

        Non vedo la difficoltà di sviluppare un sistema analogo, destinando ogni anno 10 “borse” quinquennali da 100 mila euro (complessivamente costerebbe un infinitesimo rispetto al totale del fus) ai ristoranti con chef under 45 che si sono distinti per il loro contributo all’avanzamento della cucina d’avanguardia.

        Tu dici “visti gli esempi di altri settori artistici sconsiglierei caldamente quest’ipotesi”. A me invece non pare che i destinatari dei soldi pubblici per la musica contemporanea siano degli scarsoni. A me pare che la storia abbia confermato che da oltre cinquant’anni a questa parte siano stati quasi sempre tra i migliori. Mi pare che i lavori commissionati dai festival di contemporanea non siano affatto male. Mi pare che i musei di proprietà di privati che ricevono sovvenzionamenti pubblici solitamente non siano affatto male. Insomma non mi pare un modello tanto deficitario, quello degli “altri settori artistici”. È un modello che ha reso possibile l’esecuzione di tanta musica eccellente e la sopravvivenza di tanti musei interessantissimi.

        Certo che non è impossibile fare un ristorante d’alta cucina che si regga su una logica di mercato, ma probabilmente si sarebbe più invogliati a spingersi oltre se ci fosse qualche contributo pubblico per chi, temerario, lo fa.

      • Giovanni Lagnese

        Un cambiamento, credo, dovrebbe esserci innanzitutto nell’educazione di chi vuole fare lo chef. Oggi, in qualsiasi scuola pubblica o privata per il mestiere di chef, ti dicono che devi imparare a realizzare con efficienza qualcosa che piaccia alla gente e che quindi “tenga su” economicamente l’attività tua o di chi ti dà lo stipendio. Invece, in qualsiasi corso di studi o di specializzazione per compositori di musica colta, non ti dicono affatto questo, ma anzi cercano di trasmetterti una vocazione alla “qualità” da perseguirsi “in sé”. È un problema, se vogliamo, anche di inquadramento filosofico delle discipline, ed è proprio per questo che la riflessione “filosofica” sulla possibilità di una cucina d’arte può aiutare a costruire un retroterra “ideologico” può favorevole all’accoglimento di certe iniziative concrete in sostegno della cucina d’avanguardia. Anche in contributo di “nomi illustri” della riflessione estetica potrebbe essere determinante in questo senso: se il super professorone di Estetica andasse in tv a dire che la cucina d’avanguardia è arte e che ha la stessa dignità del teatro d’avanguardia, poi magari qualche assessore un po’ “originale” potrebbe anche pensare di destinare ad essa (trovando le modalità opportune) risorse pubbliche, e qualche grossa società potrebbe anche pensare di fare mecenatismo come già molte grosse società (ad esempio banche) fanno con la musica classica, con i musei, ecc.

      • magomarcello

        ne sono convinto anche io.. cio’nondimeno è una tristezza e pensavo che in altri paesi la situazione fosse diversa.

  4. Orson

    Giovanni,
    questi sono i film che hanno ricevuto un finanziamento pubblico lo scorso anno:

    Il comandante e la cicogna, Silvio Soldini (1,1 milioni di euro);
    Diaz, Daniele Vicari (400.000 euro);
    Morta di soap, Antonietta De Lillo (250.000 euro);
    Mi fido di te, Luca Barbareschi (500.000 euro);
    Nemesi, Vittorio de Seta (200.000 euro);
    Sono un pirata sono un signore, Eduardo Tartaglia (400.000 euro);
    Il giorno dopo, Ruggero Deodato (350.000 euro);
    Dracula, Dario Argento (300.000 euro).

    Non faccio commenti (con qualche rara eccezione sarebbero tristissimi).

    Nello stesso periodo, per dirne una, un collettivo di giovani cineasti indipendenti, “Court 13”, girava Beasts of The Southern Wild, un capolavoro, spendendo circa 1,5 milioni.

    Sui finanziamenti pubblici abbiamo idee diverse.

    Rispondi
    • giovanni gagliardi
      giovanni gagliardi

      Condivido con l’amico Orson oltre che la passione per la grande cucina, l’amore per il cinema.

      Ma Beasts of The Southern Wild è un film (ergo un documentario….) davvero bruttino e assolutamente soporifero.

      Ma questo è un altro blog.

      Ad Majora

      Rispondi
      • Giovanni Lagnese

        Visto Beasts of The Southern Wild. Concordo con Roberto: un capolavoro.
        Quanto a giovanni gagliardi, innanzitutto non sa usare la congiunzione “ergo”. Ergo, non stupisce che non riesca ad apprezzare Beasts of The Southern Wild, così come non è mai riuscito ad apprezzare davvero Lopriore.

    • Giovanni Lagnese

      Sì, Roberto, per quanto concerne il cinema sono assolutamente d’accordo con te.
      Ma io avevo come modello la musica contemporanea, dove le composizioni che possono essere eseguite grazie al contributo pubblico (e che senza di esso resterebbero ineseguite) sono generalmente eccellenti. Non sono tutte e sole le migliori in assoluto, ma sono tutte ottime e senz’altro tra le migliori.
      Un altro modello che avevo in mente erano i musei d’arte contemporanea e di design: anche in questo caso mi pare che gli aiuti pubblici generalmente rendano possibile la fruizione di lavori e/o oggetti validi e/o interessanti.
      Insomma: mi pare che ambiti dove i finanziamenti pubblici funzionano relativamente bene esistano eccome.

      Rispondi

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